mercoledì 5 dicembre 2018

Bohemian rapsody, il risveglio di un amore




Chiariamoci, io, i Queen, li ho sempre amati. Da quando mi ricordo, i miei genitori mettevano in auto un cd di Greatest hits dalla copertina viola piuttosto consunta, che conservo tutt'ora insieme agli altri album di questa band.
Di solito mi facevo passare il libretto che c'era all'interno e lo sfogliavo, guardando le figure, perché, se già sapevo leggere, il testo all'interno era comunque in inglese. C'erano varie foto della band, delle copertine dei loro album, dei loro concerti, ma tra le tante ce n'era una che mi soffermavo a guardare sempre e che mi è rimasta impressa negli anni successivi, anche prima di sapere chi veramente fossero i Queen. Era una foto dei membri della band vestiti da donna, per il celeberrimo videoclip di I want to break free.

Negli anni successivi i miei gusti musicali sono cambiati più volte: per capirci, sono passata dall'ascoltare Tiziano Ferro (sigh) alle medie, all'idolatrare gli AC/DC nei primi anni del liceo, per poi passare ai Nightwish nei primi anni di università e approdare infine a Ennio Morricone e ai Two steps from hell negli ultimi anni (anche se continuo ad adorare i Nightwish). Ma in questo marasma di sonorità diverse c'è sempre stata una costante: i Queen.
La musica dei Queen, si può dire, mi ha accompagnata per tutta la vita. E mi ricordo chiaramente, ormai una decina di anni fa, mentre arrancavo per i sentieri di montagna con l'intero A day at the races nelle orecchie (e andavo su una meraviglia).

Tutta questa lunga e noiosa premessa autobiografica serviva a stabilire che il mio amore per questa band viene da lontano. Tuttavia, dopo un periodo di fanatismo durante gli anni del liceo (mi ero decisamente orientata verso il rock e facevo ricerche compulsive su internet per cercare notizie sulle mie band preferite), ho continuato ad ascoltare la loro musica, ma non mi sono più preoccupata molto di leggere o di informarmi sulla loro vita o sulla loro carriera. La loro musica mi bastava... e come biasimarmi?
Tuttavia, già ai tempi del liceo, si parlava di un possibile film sui Queen; e in effetti, Bohemian rapsody, che è da poco uscito nelle sale italiane, è in lavorazione da una decina d'anni. Ha avuto una storia molto travagliata: prima non si trovavano i produttori, poi non si riusciva a scegliere un attore per il ruolo di Freddie e, alla fine, c'è stata una lunga sequenza di registi che hanno prima accettato il lavoro e poi, per un motivo o per un altro, si sono tolti d'impaccio (tra cui anche Brayan Singer, che è il regista accreditato, ma non è quello che ha portato a termine il lavoro).
Comunque, storia travagliata a parte, il film è finalmente uscito anche da noi (in ritardo di due settimane, vai a sapere perché) e io ci tenevo particolarmente a vederlo al cinema. Chiariamoci, non lo aspettavo con la stessa ansia di Avengers 4, ma, allo stesso tempo, mi appariva di continuo il trailer nella pubblicità di youtube (che miracoli fa, la pubblicità mirata!) e una fan di vecchia data come me non poteva lasciarsi sfuggire un film sulla sua band preferita di sempre.

Così – non temete, finalmente ci siamo arrivati – sono andata al cinema. E, che ve lo dico a fare, ho adorato questo film. So che è stato molto criticato e posso capirne i motivi – poi ci arriviamo – ma un qualunque fan della band non potrà fare a meno di emozionarsi vedendo le performances strepitose di Malek e degli altri membri del cast, ascoltando la colonna sonora e sforzandosi di non cantare a squarciagola ogni singola canzone che ne fa parte. Soprattutto gli ultimi venti minuti di film – e non vi dico cosa succede, anche se sicuramente lo sapete – non possono fare a meno di scuotervi sulla vostra poltroncina e, probabilmente, di farvi spargere qualche lacrima.
Insomma, se siete fan del gruppo e rimanete indifferenti davanti a tutto questo, avete il cuore fatto di pietra. Ma anche se non lo siete, in realtà. Perché, sarò di parte, ma ci sono certe canzoni dei Queen che non possono non emozionare (sto ascoltando proprio adesso Who wants to live forever, mentre scrivo questo post delirante, ed ho già il magone).

Come dicevo, il film è stato pesantemente criticato perché gran parte degli eccessi che hanno caratterizzato la vita di Freddie, come l'abuso di alcool e droghe, la promiscuità sessuale, lo shopping compulsivo e chi più ne ha più ne metta, non sono stati rappresentati nella pellicola.
È vero, di certo la vita di Freddie è qui rappresentata in modo decisamente edulcorato, ma per questo ci sono delle spiegazioni. In primo luogo, si è puntato a raggiungere il più ampio pubblico possibile e, diciamocelo, anche ad alimentare il mito di questo personaggio diventato leggendario, cercando di eliminare quegli elementi che avrebbero potuto in qualche modo infangarne la memoria.

E poi, non c'è da dimenticarsi che, anche se al centro della storia c'è inevitabilmente Freddie, la pellicola si propone di tracciare, in meno di due ore, la storia dell'intera band, perciò, a dirla tutta, non ci sarebbe stato nemmeno il tempo di indulgere in particolari scandalistici.
Insomma, appena uscita dal cinema sono stata la prima a notare questa mancanza e, benché mi aspettassi qualcosina di più sullo stile di vita di Freddie, capisco le motivazioni che hanno mosso i creatori della pellicola. E, comunque, questo difetto non ha inficiato, almeno per me, sulla riuscita del film.

Infatti, se è vero che mancano certi aspetti della vita di Freddie, è vero anche che nel film sono messi ben in evidenza il suo carattere e le sue contraddizioni. E, più di tutto, mi ha colpito il suo senso di estraneità, già evidente nelle prime scene, dove il giovane Freddie non si è ancora unito al gruppo, e la solitudine che probabilmente lo hanno accompagnato per tutta la vita. Ci viene mostrato in tutta la sua fragilità e, abituati a vederlo spadroneggiare sul palco, come una specie di dio del rock, non si può fare a meno di essere colpiti da questo suo aspetto così umano.

Insomma, ormai è chiaro, il film mi è piaciuto, mi ha emozionato e, soprattutto, ha fatto rinascere in me l'amore – forse negli ultimi anni colpevolmente sopito – per questa band e per la loro incredibile musica, che ancora oggi, a decenni di distanza, suona assolutamente moderna.

martedì 10 aprile 2018

La mia esperienza con Audible (e con gli audiolibri in generale)




Audible è un servizio di Amazon che ti permette di ascoltare tutti gli audiolibri disponibili nel suo catalogo, al prezzo di 9,99€ al mese. Una specie di Netflix, insomma, ma al posto di vedere serie tv, si ascoltano romanzi, podcast, saggi e testi di vario genere, letti da attori e scrittori.
È possibile iscriversi con il proprio account Amazon – o crearne uno da zero – e i primi 30 giorni di ascolto sono gratuiti (i giorni diventano 90, se siete già abbonati ad Amazon Prime). Infine, proprio come con Netflix, ci si può disiscrivere in qualunque momento (anche se lo si può fare solo dalla versione desktop, quindi solo se si possiede un pc, e non dalla app).

Gli audiolibri non sono molto diffusi in Italia – all'estero, invece, hanno un grandissimo successo – ed è un peccato, visto che potrebbero facilmente diffondere l'amore per i libri e per la lettura o, perlomeno, eliminare la patetica scusa dei non lettori che, imbarazzati dal loro non aprire un libro dai tempi della scuola, alla domanda: “Perché non leggi?”, rispondono prontamente “Eh, ne avessi il tempo!”. Ecco, è difficile non trovare il tempo per ascoltare un audiolibro, perché ascoltare richiede, sì, una certa dose di concentrazione, ma non necessità dell'uso esclusivo della vista e delle mani. Si può ascoltare mentre si effettuano operazioni meccaniche che non richiedono eccessiva attenzione (come fare le faccende di casa) o mentre nei momenti di attesa che solitamente sono dedicati a scorrere con indolenza l'home page di qualche social network (come in fila alle poste, sui mezzi pubblici) o, ancora, quando, dopo aver passato tutto il giorno davanti ad uno schermo, si è troppo stanchi per tenere gli occhi fissi su una pagina.
Insomma, il formato audiolibro permette di sfruttare tutti quei momenti della giornata in cui, per un motivo o per un altro, non si potrebbe leggere e pertanto ci consente anche di leggere di più. Un modo decisamente comodo per fruire un testo; e ciò è ancora più vero per quanto riguarda Audible. Infatti, grazie alla app, è possibile salvare nella propria libreria tutti gli audiolibri che ci interessano e scaricare sul proprio smartphone quelli che vogliamo ascoltare; non trattandosi, dunque, di un servizio in streaming, l'ascolto non comporta il consumo dei dati e la dipendenza da una connessione a internet. Tuttavia, dato che i file, per essere ascoltati, devono essere salvati sul dispositivo, questo comporta la necessità di un certo spazio nella memoria dello stesso: si tratta infatti di file audio piuttosto pesanti ed è dunque consigliabile scaricarne pochi alla volta e cancellarli via via che si è terminato l'ascolto. Inoltre, com'è ovvio, l'ascolto continuo comporta un discreto consumo della carica della batteria.

In poche parole, grazie a questa app è possibile avere una serie di audiolibri disponibili direttamente sul proprio smartphone, senza bisogno di destreggiarsi tra cd e file mp3. Tuttavia, c'è da osservare che – almeno per il momento – il catalogo di Audible non è così vasto come vorrebbe il costo dell'abbonamento. Infatti, benché vi si trovino moltissimi classici e un buon numero di bestseller contemporanei, il suo assortimento non è ancora soddisfacente, almeno per quanto riguarda il mio punto di vista. Vi potete comunque trovare gran parte degli audiolibri editi da Emmons (edizioni ottime), e anche alcune esclusive Audible (come la saga di Harry Potter letta da Francesco Pannofino che, se non vale tutto il costo dell'abbonamento, è però un ottimo incentivo a sottoscrivere il mese di prova).

Bisogna poi osservare che il formato audio, anche se possiede i vantaggi sopra elencati, ha però anche dei punti sfavorevoli, rispetto alla carta. Primo fra tutti, il fatto di non poter sottolineare i passaggi che più ci colpiscono o di mettere segnalibri nelle pagine interessanti, cose che invece si possono fare quando si ha davanti una pagina scritta (fisica o digitale che sia).
Audible permette di inserire dei segnalibri durante l'ascolto, ma è una funzionalità che io non ho quasi mai usato perché mi risultava estremamente scomoda (si deve comunque tornare indietro e riascoltare il passaggio che ci interessa, prima di mettere il segnalibro).
Inoltre, ho notato – ma qui si tratta di un'osservazione prettamente soggettiva – che quando ascolto un libro, rispetto a quando lo leggo, presto meno attenzione allo stile dell'autore e la mia percezione del testo è fortemente influenzata dalla chiave di lettura che ne dà l'attore che lo legge per me. Com'è ovvio, mentre nel caso della lettura il messaggio passa direttamente dallo scrittore al lettore, in questo caso – come nel caso delle traduzioni – c'è un intermediario, l'attore, e pertanto il messaggio ci giunge filtrato attraverso la sua voce, la sua prospettiva, la sua interpretazione.

In conclusione, vi consiglio di iscrivervi ad Audible? Sì, se avete dei tempi morti che vorreste impiegare leggendo, ma nei quali non potete prendere in mano un libro. E sì, anche se volete leggere di più, perché vi assicuro che il tempo che dedicate ai libri durante la vostra giornata raddoppierà, come minimo.
E, in ogni caso, vi consiglio di provare il mese gratuito, così potrete farvi una vostra idea del servizio e decidere se vale il suo prezzo.


mercoledì 28 marzo 2018

«Fuor di metafora»: le corrispondenze tra "Verde acqua" e "La Radura" di Marisa Madieri

«Fuor di metafora»: le corrispondenze tra Verde acqua e La Radura di Marisa Madieri




Verde acqua è stata la prima opera di Marisa Madieri, scrittrice italiana, nata a Fiume nel 1938 e prematuramente scomparsa nel 1996, pubblicata nel 1987 presso Einaudi. In Verde acqua l'autrice racconta dell'esodo della sua famiglia da Fiume, avvenuto nel 1949, in seguito all'annessione di questa città alla Jugoslavia. La narrazione procede in modo non lineare, attraverso le note di un diario che coprono quasi un anno esatto (dal 24 novembre 1981 al 27 novembre 1982) e che alternano passi dedicati al passato, all'esodo dalla città natale e alla successiva sistemazione nel campo profughi di Trieste, e passi dedicati al presente, dove emerge l'autrice ormai adulta e con i figli già grandi.

La sua seconda opera è stata pubblicata nel 1992, sempre per Einaudi, con il titolo La Radura. Una favola. Si tratta infatti di un apologo che ha per protagonista la margherita Dafne, che, all'interno della propria radura, cresce e impara a conoscere le leggi immutabili della vita.

Le similitudini fra le due opere sono molteplici e chiaramente individuabili sin dagli incipit. Verde acqua si apre con una descrizione dell'atrio della casa della nonna paterna dell'autrice, condotta attraverso lo sguardo di lei bambina, che esplora «il lungo percorso» tra il ripiano del tavolo appoggiato ad una parete della stanza e il pavimento1. La narrazione viene dunque condotta fin dall'inizio da una prospettiva dal basso – in questo caso, una bambina che gattona sul pavimento –, rasoterra, che si concentra sugli aspetti marginali e quotidiani della realtà.

Simile, da questo punto di vista, è l'incipit de La Radura:

Definirlo un prato speciale sarebbe eccessivo. Si trattava di un prato qualunque, situato in mezzo a un bosco di quercioli, pini neri e cespugli di ginepro. Non era neppure tanto ben livellato. Qua e là mucchi di terra e sassi creavano delle montagnole asimmetriche e qualche asperità sul terreno, che nel punto più basso ospitava una pozza d'acqua stagnante, verdastra e limacciosa.2

Un «prato qualunque», un'ambientazione che non ha niente di eccezionale, che si radica nel quotidiano, e una narrazione che, anche in questo caso, adotta una prospettiva rasoterra, quella della margherita Dafne, protagonista del racconto. Una prospettiva tanto bassa che dei modesti «mucchi di terra e sassi» appaiono come «montagnole», così come, in Verde acqua, le «curiose» gambe del tavolo della nonna paterna sembravano ora «una nuova agile caviglia», ora «un robusto polpaccio» all'autrice bambina che ne esplorava la superficie con le mani.

A questa prospettiva rasoterra e a questa predilezione per la sfera del quotidiano, si accompagna, in entrambi i casi, una concentrazione sull'esperienza individuale. Da una parte, infatti, l'autrice ci racconta la propria vita, mentre dall'altra la narrazione si concentra sulle vicende della margherita Dafne. Tuttavia, in entrambi i casi l'esperienza individuale si allarga e assume una prospettiva generale, per cui il vissuto personale illustra le leggi universali dell'esistenza. Difatti, se Verde acqua può essere definita una «autobiografia trascendentale»3, allo stesso modo La Radura deve essere letta come una metafora sulla vita e sulle leggi immutabili che la governano.

Ma le similitudini tra i due testi non si limitano a questi elementi generali. Come nota Ermanno Paccagnini, «il mondo di Dafne […] pare dar corpo come racconto a più passi di Verde acqua»4. Ciò si osserva ad esempio leggendo le numerose descrizioni di giardini presenti in Verde acqua, che sembrano preannunciare la radura abitata da Dafne. In data 18 gennaio 1982, Madieri scrive:

Il mio giardino, che ho rivisto da adulta trovandolo misero e angusto, ai miei occhi infantili era il mondo intero, era l'avventura. Le sue siepi di ligustro erano una foresta, i gatti che vi si nascondevano, i passeri, le formiche e le lucertole tutti gli animali dell'Eden, i sassi e i vetri colorati sparsi sul terreno tesori e pietre preziose, i gradini che portavano all'abitazione della portinaia la scalinata di una reggia.5

Per l'autrice bambina l'angusto giardino domestico, con tutti i suoi abitanti, rappresenta un piccolo mondo, un luogo pieno di vita e di attrattive; allo stesso modo, per Dafne la radura in cui vive, ricca di abitanti e di eventi diversi, è talmente grande che per lei è difficile credere che possa esistere un mondo che la contenga, che possano esistere altre radure simili alla sua dove vivono altre margherite.

In Verde acqua si trovano poi altri riferimenti ai fiori e ai giardini, come ad esempio, in data 12 aprile 1983, quando Madieri ricorda «le viole bianche che avevo trovato un giorno, segrete e incantate, in un prato vicino a un paesino all'interno dell'Istria»6; fiori quasi magici, che proiettano questo ricordo in un'atmosfera favolistica, assai simile a quella che si respira nella Radura.

Inoltre, come osserva Ernestina Pellegrini, i giardini di Marisa Madieri non somigliano all'hortus conclusus dannunziano, né ai «verzieri inselvatichiti» dei crepuscolari, ma mi vi si percepisce il contrasto tra l'ordine che regna nei giardini curati dall'uomo e la minaccia dell'inflorescenza naturale e spontanea, che si configura nella Radura con la temuta invasione dei soffioni7.

Infine, in Verde acqua si trova un passo, datato 9 maggio 1983, dove Madieri descrive un bambino, incontrato casualmente a Napoli, che sembra prefigurare la margherita Dafne:

Davanti a me, tenuto per mano dalla mamma, camminava un bambino molto piccolo che, volgendosi spesso indietro, mi lanciava occhiate accattivanti e poi di scatto nascondeva al mio sguardo il viso ridente e malizioso, per incantarmi e subito sfuggirmi, come uno scaltrito ammaliatore. I suoi capelli luminosi e teneri s'avvolgevano attorno al centro del capo come petali di una margherita attorno al bottone giallo, con movimento a spirale a formare un mulinello d'ombra, una piccola galassia d'oro brunito.8

Dunque, come osserva Paccagnini, «sotto diversi aspetti La Radura si può leggere quale trasposizione concentrata dell'universo di Verde acqua – concentrata in quanto racconto stanziale che sostituisce a un romanzo di esodo»9; e conclude affermando che «Dafne è […] la stessa bambina di Verde acqua»10. Difatti, entrambi i racconti coprono lo stesso arco temporale: si comincia con l'infanzia della protagonista e si giunge fino alla conclusione dell'adolescenza; il lettore segue la crescita delle due protagoniste e, in particolare, la loro scoperta del male necessario e inevitabile che è parte integrante del nostro mondo, come della radura di Dafne.

In particolare, episodio emblematico, che rappresenta la scoperta del male per la giovane margherita, è quello che racconta la caduta di un uccellino dal nido; l'evento è seguito con particolare attenzione da Dafne, che osserva sconvolta come, nonostante l'impegno dei genitori del piccolo per tenerlo al sicuro, esso finisca divorato da una serpe11. Questo episodio è una rielaborazione di un passo di Verde acqua, dove la piccola Marisa trova un passero caduto dal nido, se ne prende cura per molti giorni insieme alla sorella, per poi vederlo morire, dopo essere stato quasi mangiato da un gatto12.

Dunque, come osserva Claudio Magris, «lo sguardo di Marisa Madieri non arretra dinanzi al male, all'oltraggio, all'obbrobrio, a ciò che nega ogni senso»13. E, benché tale affermazione valga per entrambe le opere, essa è particolarmente vera per La Radura, dove, come osserva sempre Magris, «diversamente che in Verde acqua, emergono anche sentimenti e visioni del mondo sottratte al controllo e non sempre corrispondenti alle esplicite concezioni e fedi dell'autrice»14.

Ma entrambe le protagoniste, quando vengono in contatto con il male e comprendono che esso è inevitabile, inizialmente rifiutano tale assunto e cercano di estranearsi dalla realtà. Succede a Marisa, quando si trova nel Collegio Campostrini, lontana dai familiari e dalla città natale:

La mia scarsa disponibilità a legare con gli altri dipendeva forse da un rifiuto della realtà che stavo vivendo. Mi pareva impossibile che in pochi mesi tutto nella mia vita fosse così radicalmente mutato.15

Allo stesso modo, Dafne comincia ad andare a scuola e ad imparare le regole dell'esistenza e viene presa da una profonda nostalgia per i giorni spensierati che aveva trascorso prima di conoscerle, tanto che dice alla sorella Rachele: «Io a scuola non ci voglio più andare. Le leggi immutabili sono brutte. Non le voglio conoscere»16. La sorella, per dissuaderla, le racconta la storia della bella addormentata nel bosco e aggiunge:

Se la margherita avesse continuato a dormire e a sognare, non avrebbe certo sofferto mai, ma non avrebbe neppure avuto la gioia di vedere la bellezza delle cose reali, né conosciuto l'amore con tutti i suoi rischi.17

Dunque, le leggi immutabili sono «brutte», ma dobbiamo conoscerle e accettarle per poter godere appieno della nostra vita. Questa lezione l'ha imparata anche la Marisa di Verde acqua, che ha imparato ad amare la vita e a valorizzarla in tutti suoi aspetti, battendosi per il diritto all'esistenza degli ultimi e degli indifesi (torna spesso, ad esempio, in Verde acqua come in alcuni dei suoi racconti, il tema dell'aborto).

Vi sono poi altri elementi che accomunano le protagoniste dei due racconti. Ad esempio, entrambe esprimono il desiderio di staccarsi dalla terra e librarsi nel cielo, come le creature dell'aria. In Verde acqua, Madieri ricorda, in data 12 maggio 1983, il giorno in cui ha lasciato definitivamente il Collegio Campostrini, dove aveva trascorso gli ultimi due anni, e scrive:

Varcai definitivamente la soglia del portone nero in ferro battuto e mi allontanai senza guardare il recinto che chiudeva il giardino e che avevo tante volte sognato di superare a volo, nuotando leggera nell'aria o librandomi alta come un uccello.18

Il medesimo desiderio di libertà è espresso da Dafne nella Radura, mentre osserva un palloncino rosso che ha legato ad una delle sue foglie:

Se il vento alitava con più vigore si sentiva anche lei tirare verso l'alto [come il palloncino] e immaginava la felicità delle creature dell'aria. Era sempre stata affascinata dal volo degli uccelli e degli insetti che potevano lasciare la terra cui tutti gli altri animali erano legati, e alla quale in particolare le piante erano saldamente radicate.19

Un altro punto di contatto lo si può riscontrare nella temuta invasione dei soffioni, che minaccia la supremazia delle margherite all'interno della radura e che adombra l'occupazione iugoslava di Fiume. Nella Radura, Dafne non si rende conto dell'entità della minaccia finché non assiste all'assemblea dei Saggi:

Dafne quel giorno capì per la prima volta che il mondo non apparteneva soltanto alle margherite. I soffioni, che le erano sempre piaciuti con i loro petali color dell'oro e i soffici palloncini trasparenti, pronti a sfaldarsi e a liberare al minimo alito di vento i semi maturi, potevano diventare concorrenziali e pericolosi.20

Allo stesso modo, la protagonista di Verde acqua non si rende inizialmente conto di ciò che sta accadendo alla sua città e del pericolo rappresentato dall'Ozna, la temuta polizia politica iugoslava, che un giorno si presenta a casa sua in cerca di armi:

Mentre la mamma negava, in preda al panico, io, sorpresa, le domandai, davanti agli agenti, come mai non ricordava la pistola che il papà aveva nascosto sotto il materasso. La spietatezza degli uomini dell'Ozna quel giorno per fortuna si stemperò di fronte alle lacrime disperate della mamma, che si buttò in ginocchio, e alla sprovveduta fiducia di una ragazzina che in loro non vedeva dei nemici.21

La conclusione è però diversa: mentre Marisa è costretta a lasciare Fiume insieme alla propria famiglia e a conoscere la sofferenza dell'esilio, Dafne non si allontanerà mai dalla sua radura, nemmeno quando quando una bambina la strapperà, per gioco, dalla «zolla materna»22, per poi abbandonarla su un cespuglio.

Tra Dafne e Marisa c'è poi una corrispondenza speculare. Durante il suo racconto, infatti, l'autrice fa più vole riferimento alla sua passione per il disegno e in particolare, in data 12 aprile 1983, ricorda come, mentre si trovava al Campostrini, passasse l'ora di ricreazione pomeridiana «a riempire quaderni di principesse e di fiori»23. Dafne, invece, viene a contatto con la letteratura grazie alla maestra Venanzia, e la ammira in quanto «regno della libertà» e della bellezza, dove «un prato o un tramonto potevano essere perfino più incantevoli in una descrizione che nella realtà». Ma la giovane margherita non vuole limitarsi a leggere poesie: desidera «scrivere dei racconti ispirati alle sue esperienze personali» e la prima storia che vorrebbe descrivere è quella dell'uccellino caduto dal nido24. Dunque, mentre l'una scrive delle proprie esperienze e disegna fiori, l'altra, che è un fiore, desidera scrivere delle proprie esperienze.

Inoltre, in Verde acqua (15 dicembre 1983), Madieri afferma di non amare la notte, forse a causa del buio che l'ha tormentata durante gli anni dell'adolescenza, tuttavia, quella sera si sofferma ad osservare il cielo e le stelle25. Come si evolvesse e discendesse da questo passo, nel capitolo VII della Radura, Dafne trascorre la notte, «che aveva da poco appreso ad amare», nel dormiveglia, e spesso, nel corso dell'opera, si sofferma ad osservare le stelle e a conversare con gli animali notturni26.

Un altro elemento che accomuna le due opere consiste nella prevalenza di personaggi femminili. Come osserva Ernestina Pellegrini, Verde acqua può essere letta come «una storia di matriarcato», dove i personaggi femminili predominano su quelli maschili, che sono presenze eccentriche e quasi evanescenti, e si fanno portatrici di «una saggezza e [di] una cultura materiale e orale»27. Allo stesso modo, anche nella Radura prevalgono i personaggi femminili: ci sono le tre sorelle Rachele, Camilla e Amanda, la malaticcia amica Celeste e la tirannica zia Augusta, che ricorda molto da vicino la nonna Quarantotto di Verde acqua. Entrambe infatti sono anziane, ma conservano i tratti della loro antica bellezza. Così è descritta la nonna Quarantotto in Verde acqua (3 febbraio 1982):

Semianalfabeta e intelligentissima, era stata da giovane assai bella. Ne conservo una fotografia che la ritrae col nonno e i quattro figli, avuti tutti di seguito, e devo ammettere che era una donna di raro fascino. […] Anche da anziana la nonna conservò un portamento maestoso, lineamenti nobili e splendidi capelli bianchi, fini e lucenti come la seta, sebbene li lavasse assai raramente.28

Anche la zia Augusta «era stata un tempo una margherita vistosa e attraente e anche chiacchierata» e «conservava ancora qualche traccia dell'antica avvenenza»29. Inoltre:

La zia Augusta, con la scusa di essere sola e non più giovanissima, tiranneggiava i parenti più stretti inventando malori e disturbi tra i più fantasiosi che si potessero immaginare.30

Comportandosi, insomma, come la terribile nonna Quarantotto, che intende imporsi su tutti i parenti e, quando viene contraddetta o sfidata, finge melodrammatici svenimenti (come quando il padre dell'autrice le lancia addosso un boccale di birra31) o afferma, massaggiandosi drammaticamente il cuore: «Me trema la vita»32.

Certo, la zia Augusta non possiede la sua stessa «libidine di dominio»33, che la porterà a diventare la «sindachessa» del Silos (il campo profughi triestino in cui si trovano gli esuli istriani), ma è comunque molto contrariata dal fatto di non essere stata ammessa tra i Saggi del Consiglio delle margherite34.

In conclusione, le due opere appaiono strettamente legate, sia per i temi trattati che per lo stile adottato, che adotta un linguaggio apparentemente semplice ma denso di significati e che è sempre conciso e ricco di silenzi, che talvolta sono più eloquenti della pagina scritta. Due opere simili, che hanno al centro la vita stessa e le cui protagoniste bambine sono costrette a maturare in fretta dall'incontro con il male inevitabile. E queste similitudini non sono smorzate dalla diversa struttura narrativa, per cui la narrazione de La Radura procede lineare e cronologica, mentre quella di Verde acqua salta continuamente dal passato al presente.

Dunque, come sintetizza Ermanno Paccagnini nell'Introduzione:

C'è, insomma, tra i due racconti un reciproco gioco di rinvii e richiami che contribuisce a un mutuo arricchimento di senso: a partire dal vicendevole scambio di ruoli ed equilibri tra elementi magico-favolistici, predominanti nella Radura ma internamente montanti nello sguardo curioso di Marisa di Verde acqua su fatti e persone, e componente «realistica», privilegiata in Verde acqua ma recuperata nella Radura anche con espliciti rinvii ad aspetti sociali del presente (i separatismi sessuali, politici e razziali).35

Bibliografia


Marisa Madieri, Verde acqua. La Radura e altri racconti, Torino, Einaudi, 2006.


Ernestina Pellegrini, Le città interiori in scrittori triestini di ieri e di oggi, Bergamo, Moretti & Vitali editori, 1995.


Id., Dietro di me. Genealogie: le artiste surrealiste e altre storie, Firenze, Florence Art Edizioni, 2016.


Graziano Bianchi, La narrativa di Marisa Madieri, Firenze, Le Lettere, 2003.


Enza Biagini, L'interprete e il traduttore: saggi di teoria della letteratura, Firenze, Firenze University Press, 2016.





1Verde acqua, p. 3. Per Verde acqua e La Radura si cita sempre da Marisa Madieri, Verde acqua. La radura e altri racconti, Torino, Einaudi, 2006.

2La Radura, p. 153.

3Ernestina Pellegrini, L'esodo di Marisa Madieri. La verità della strada in E. Pellegrini, Dietro di me. Genealogie, Firenze, Florence Art Edizioni, 2016, p. 77.

4Ermanno Paccagnini, Introduzione, in M. Madieri, Verde acqua […], cit, p. XVII.

5Verde acqua, p. 12.

6Ivi, p. 61.

7Ernestina Pellegrini, Le radici della nostra debolezza. “La Radura” di Marisa Madieri, in E. Pellegrini, Le città interiori, Bergamo, Moretti & Vitali editori, 1995, pp. 137-138.

8Verde acqua, p. 75.

9E. Paccagnini, Introduzione in M. Madieri, La radura […], cit., p. XVII.

10Ivi, p. XVIII.

11La Radura, pp. 190-191.

12Verde acqua, pp. 83-84.

13Claudio Magris, Postfazione in M. Madieri, La radura […], cit., p. 290.

14Ibidem.

15Verde acqua, p. 57.

16La Radura, p. 198.

17Ivi, p. 199.

18Verde acqua, p. 77.

19La radura, pp. 171-172.

20Ivi, p. 186.

21Verde acqua, p. 37.

22La Radura, p. 228.

23Verde acqua, p. 62.

24La Radura, pp. 203-204.

25Verde acqua, p. 107.

26La Radura, p. 167.

27E. Pellegrini, Le radici […], cit., p. 133.

28Verde acqua, p. 26.

29La Radura, p. 174 e p. 179.

30Ivi, p. 174.

31Verde acqua, p. 30.

32Ivi, p. 89.

33Ivi, p. 36.

34La Radura, p. 184.

35E. Paccagnini, Introduzione, cit., pp. XVII-XVIII.


lunedì 23 ottobre 2017

Letture di settembre

Luigi Meneghello – Libera nos a Malo

Editore: BUR
Formato: brossura
Prezzo: 7,00€
Voto: 1/5

Prima di essermelo ritrovato tra capo e collo nel programma di un corso universitario (sì, perché anche questa è una lettura obbligata per un esame), non avevo mai sentito parlare di Luigi Meneghello, che è uno scrittore veneto del Novecento al quale è stato anche dedicato un Meridiano dalla Mondadori. Non voglio dire che di questa scoperta avrei fatto volentieri a meno, perché, da appassionata di letteratura quale sono, penso che tutti gli autori che hanno in qualche modo lasciato una traccia nel patrimonio culturale nazionale e mondiale meritino di essere perlomeno conosciuti, benché non tutti, per ovvi motivi, possano rientrare tra i nostri preferiti. Discorsone iperbolico a parte, è abbastanza chiaro che non ho per niente apprezzato questo romanzo e ci ho impiegato un'eternità per finirlo (mi sono dovuta imporre una sorta di programma di lettura per poterlo finire). Ma andiamo con ordine.
Libera nos a Malo non ha una vera e propria trama: si tratta invece di una raccolta di frammenti nei quali l'autore parla del proprio paese natale (Malo, appunto, in provincia di Vicenza). Meneghello ci descrive la vita a Malo durante la sua infanzia, la sua giovinezza e come essa è mutata (in peggio, secondo la sua opinione) dal dopoguerra in poi, ma ci racconta anche aneddoti, usanze, ci descrive personaggi che abitavano il paese (i cui ritratti bozzettistici sono una delle poche cose apprezzabili dell'intera opera) e ci descrive l'intenso rapporto tra italiano e dialetto, così come è vissuto da lui e dagli altri maladensi. Si tratta insomma di una sorta di diario in cui sono raccolte tutti i pensieri dell'autore che in qualche modo riguardano il suo paese natale. Parlo di diario, perché per Meneghello la scrittura è autentica solo se tratta di fatti realmente accaduti e perciò il suo è un racconto esclusivamente autobiografico.
Questa sua struttura, nella quale i piccoli paragrafi si susseguono senza una reale connessione (salvo rare eccezioni in cui un intero capitolo è dedicato ad un tema, come la religione o il calcio), tranne il fatto di essere legati a Malo, rende la lettura decisamente poco scorrevole, senza contare che l'interesse che un lettore medio può provare per i fatti di un anonimo paese della provincia vicentina è piuttosto basso.
Da questo punto di vista, lo stile non è d'aiuto. Meneghello utilizza un stile volutamente medio, colloquiale, che imita il parlato e che accoglie numerosi dialettismi, molti dei quali non sono spiegati e pertanto rendono ancora più difficile la lettura. Il dialetto è un elemento fondamentale nella scrittura di Meneghello, e soprattutto in questo testo, perché esso è riconosciuto come una lingua viva, spontanea e vicina alla sostanza delle cose reali, diversamente dall'italiano standard, che è percepita come una lingua retorica e astratta. Inoltre, Meneghello adotta nella sua narrazione una costante vena ironica, che tuttavia mi pare spesso mal riuscita e mi fa pensare a quell'amico (ce n'è sempre uno in ogni compagnia) che si ostina a raccontare le barzellette, ma, essendo negato, non fa ridere nessuno, se non sé stesso.
Tra le poche cose che ho apprezzato ci sono le riflessioni sul dialetto e il confronto tra esso e l'italiano; benché io non condivida le posizioni dell'autore, che sembra preferire nettamente il primo al secondo, le ho trovate comunque interessanti. Allo stesso modo, alcuni tra i frammenti, dedicati alla vita durante il periodo fascista o alla percezione del regime da parte della gente comune, sono riusciti a catturare la mia attenzione.
Tra i lati assolutamente negativi mi sento di elencare – oltre allo stile – i passaggi in cui l'autore presenta delle metafore ardite o delle riflessioni prive di senso, che somigliano fin troppo a delle supercazzole (posso scriverlo, è stato ammesso dalla Treccani); il tono leggero e dissacrante con cui vengono affrontati episodi di una certa gravità, come adulti che hanno rapporti sessuali con minorenni; il fatto che il paese di Malo sia presentato come una realtà parallela, una sorta di luogo alternativo e superiore al resto del mondo.

Andrea Camilleri – Donne

Editore: Rizzoli
Formato: rilegato
Prezzo: 17,00€
Voto: 4/5

L'anno scorso su Rai1 è stata trasmessa una miniserie tratta da alcuni dei racconti contenuti in questa raccolta di Andrea Camilleri; erano episodi molto brevi, di dieci minuti circa, che venivano mandati in onda dopo il telegiornale della sera. Io, che amo molto gli scritti di Camilleri, mi ero guardata con piacere questa miniserie e da allora mi ero interessata anche al libro dal quale era stata tratta, pertanto, quando l'ho trovato in offerta su ibs (era in omaggio se si acquistavano almeno altri tre libri), l'ho subito inserito nel carrello.
Donne è una raccolta di racconti, ognuno dei quali è dedicato, appunto, al ritratto di una donna. Ve ne sono tre tipologie principali: donne realmente conosciute dall'autore durante la sua vita, donne appartenenti alla storia o alla letteratura e personaggi femminili creati dall'autore, protagonisti di racconti dai tratti surreali. I racconti appartenenti a quest'ultima tipologia li ho trovati tra i più scialbi, mentre sono molti interessanti sia i primi che i secondi, nei quali si tracciano delle interessanti analisi di personaggi storici o letterari, più o meno noti.
Lo stile è ottimo, a mio parere, piacevole ed elegante, arricchito dalla consueta vena ironica dell'autore, anche se, come ovvio, questo scritto è privo dell'espressività che caratterizza invece i suoi romanzi in dialetto. Nonostante si tratti di una raccolta di racconti, genere che generalmente non apprezzo molto o che comunque leggo con una certa lentezza, questo libro l'ho divorato in pochissimi giorni, grazie anche alla scorrevolezza dello stile di Camilleri.

Diana Gabaldon – Il cerchio di pietre

Editore: Corbaccio
Formato: ebook
Prezzo: 6,99€
Voto: 3,5/5

Questo romanzo è il quarto (secondo la suddivisione italiana) della saga di Outlander, che ho cominciato a leggere dopo aver visto la prima stagione della serie tv ispirato ad essa. Senza dubbio, il primo libro della saga è per ora quello che mi è piaciuto di più: possedeva una sua originalità che non ho ritrovato nei seguiti. Ad ogni modo, anche questo romanzo è stato una buona lettura di intrattenimento, benché i primi eventi significativi per la trama cominciassero ad avverarsi da pagina 200, più o meno.
Non mi soffermo troppo sulla trama, dato che si tratta di un quarto volume e dunque rischierei di fare spoiler a chi non ha ancora letto i libri precedenti, dico solo che uno degli stratagemmi narrativi utilizzati dall'autrice per portare avanti la trama mi è parso un po' inverosimile e mi ha sgradevolmente ricordato le svolte narrative delle soap opera spagnole.
Ad ogni modo, lo stile della Gabaldon è discreto e riesce a tenere viva l'attenzione del lettore, suscitando spesso il sorriso; i personaggi sono tutti ben caratterizzati, così come l'ambientazione storica, sempre molto accurata. L'unico aspetto che mi infastidisce un po' è la struttura narrativa del romanzo: difatti, se il primo romanzo della saga era narrato dall'inizio alla fine in prima persona dalla protagonista, qui – come nei due romanzi precedenti – si alternano la sua narrazione in prima persona ai punti di vista, in terza persona di altri due-tre personaggi. Si tratta di uno stratagemma che secondo me tradisce l'incapacità dell'autrice di prevedere come si sarebbe evoluta la narrazione: è come se, concluso il primo romanzo, si fosse accorta che la narrazione in prima persona le andasse stretta e avesse deciso di cambiare rotta, aggiungendo altri punti di vista per facilitarsi il lavoro. Se da un lato comprendo le sue esigenze di autrice, dall'altro avrei preferito che la struttura narrativa conservasse una sua coerenza lungo il corso della saga.

Giacomo Leopardi – Con pieno spargimento di cuore

Editore: L'Orma
Formato: brossura
Prezzo: 5,00€
Voto: 5/5

Questo libriccino fa parte della serie edita da L'Orma che raccoglie le lettere di alcune figure importanti della letteratura, della musica e della scienza mondiale e che ha la particolarità di avere la forma di una vera e propria lettera, con la possibilità di essere spedita come una cartolina, una volta applicato un francobollo sul retro. Un'idea regalo carinissima e dal costo assai contenuto, ma anche un libriccino interessantissimo, benché breve, per approfondire la conoscenza di un dato autore.
Io ho deciso di regalarmi la raccolta di Leopardi, dato che si tratta di uno dei miei poeti e scrittori preferiti; di Leopardi mi interessano la biografia e la personalità, tanto quanto le opere. Gli stralci presentati trattano vari argomenti e sono accompagnati da un'introduzione che li contestualizza e ne consente la comprensione anche a chi ha una conoscenza superficiale dell'opera leopardiana. Particolarmente interessanti, dal mio punto di vista, i passaggi in cui l'autore riflette sulla mediocrità e la grandezza.
Ovviamente, questo brevissimo testo non è sufficiente per conoscere il pensiero di Leopardi, che è assai articolato e complesso, ma ci aiuta a conoscerlo meglio come persona, prima che come autore.

Andrea Camilleri – La rete di protezione

Editore: Sellerio
Formato: brossura
Prezzo: 14,00€
Voto: 4/5

Diversamente da quanto ho letto in alcune recensioni di questo libro, non ho notato grosse differenze tra la scrittura di questo romanzo – dettato dall'autore, che ha purtroppo perso la vista – e i suoi precedenti lavori. Personalmente ho ritrovato tutta l'espressività e l'ironia tipiche dello stile di Camilleri.
In questo specifico romanzo – l'ultimo uscito della serie su Montalbano – il commissario si ritrova ad indagare su due casi, il primo che riguarda una serie di filmati che, girati ad un anno preciso di distanza gli uni dagli altri, riprendono sempre lo stesso soggetto, un tratto di muro; l'altro, invece, riguarda un presunto atto terroristico avvenuto in una scuola. Inoltre, il commissario si trova ad affrontare le complicazioni legate alla presenza a Vigata di una troupe televisiva che sta girando una fiction e che, con i suoi lavori, sconvolge la sua amata routine.
Questo ultimo elemento permette all'autore, che per molti anni ha lavorato per la Rai e dunque conosce bene l'ambiente televisivo, di satireggiare il mondo della tv e di suscitare alcune interessanti riflessioni sui prodotti televisivi (e sulle fiction in particolare). Allo stesso modo, l'ambientazione per così dire “scolastica” fa sì che Montalbano entri in contatto con le nuove generazioni; da ciò derivano alcune riflessioni che, se talvolta scadono nel banale, sono però condotte con l'acutezza e l'ironia particolare dello scrittore, che riesce a mettere in mostra anche i pregi dei giovani d'oggi, invece di limitarsi a muovere facili critiche, come fanno molti.
I personaggi sono interessanti e carismatici come sempre. Inoltre, una delle cose che apprezzo di più nelle opere di Camilleri è la sua capacità di descrivere, in poche parole, le emozioni più forti e oscure che abitano nell'animo umano con una facilità disarmante.
Quanto alla trama, trovo che sia un po' più debole rispetto ad altri romanzi della stessa serie: i due casi non sono in sé particolarmente interessanti ed il lettore riesce a risolverli quasi subito e molto prima del commissario. Ad ogni modo, non è certo per sapere chi è l'assassino – o, in questo caso, il responsabile – che si leggono i libri di Camilleri.

Kerascoët, Hubert – Bellezza

Editore: Bao Publishing
Formato: rilegato
Prezzo: 21,00€
Voto: 5/5

Bellezza parla di Baccalà, una ragazza povera e molto brutta che, a causa del proprio aspetto, viene costantemente irrisa ed emarginata dai suoi compaesani. Un giorno, Baccalà libera inavvertitamente una fata da un sortilegio che la imprigionava ed ottiene in cambio la possibilità di esprimere un desiderio. Baccalà desidera la bellezza e la fata la esaudisce: tutti vedranno in lei la donna più bella del mondo. Ma questo nuovo aspetto renderà davvero migliore la vita della ragazza?
La narrazione procede come in una favola, così come sono favolistici i disegni e l'ambientazione, nella quale molti personaggi hanno nomi emblematici (come la protagonista) o sono indicati solo con il loro titolo (il re, la regina, ecc.). Un favola sul modello di quelle tradizionali – quelle dei fratelli Grimm, ad esempio – e perciò assai lontana dalle versioni edulcorate che ci sono state presentate dalla Disney.
Bellezza, infatti, è un graphic novel ricco di violenza, di stupri, di omicidi, di follia e che perciò ha ben poco dell'atmosfera idilliaca che ci farebbe immaginare un simile incipit. E, così come le favole tradizionali, anche in questo caso il racconto è portatore di una serie di insegnamenti morali. Innanzitutto, si parla ovviamente del rapporto fra l'aspetto esteriore e la dimensione interiore, intellettiva e caratteriale, delle persone (significativo il fatto che la fata non possa mutare la fisicità di Baccalà, ma solo la sua apparenza), e soprattutto delle donne, che sono in genere maggiormente soggette a pregiudizi di tipo estetico. Importante anche la riflessione sull'amore o su quell'idea sbagliata di amore che coincide con il possesso e che può portare a gesti folli (tema di estrema attualità). Ma Bellezza è anche un romanzo di formazione, all'interno del quale la protagonista, benché con lentezza e a caro prezzo, riesce a maturare e a prendere consapevolezza delle proprie abilità e di come sfruttarle al meglio per il bene proprio e comune.
Bellissimi anche i disegni (che, incredibilmente, all'inizio erano la cosa che mi attirava meno di questo fumetto), realizzati in bianco, nero e ocra, e l'edizione, curatissima come tutte quelle della Bao Publishing.

Roberto Palmarocchi – Lorenzo dei Medici

Editore: Orsa Maggiore editrice
Formato: rilegato
Prezzo: -
Voto: 3,5/5

Ultimo libro della serie su Lorenzo de' Medici acquistati usati da un amico, lo avevo cominciato mesi fa, ma poi, per qualche motivo, avevo interrotto la lettura a poco meno della metà. L'ho ripresa e conclusa questo mese.
Si tratta di un testo che analizza principalmente le azioni di Lorenzo e cerca di reinterpretarne la figura e il carattere alla luce di esse, smontando i pregiudizi che nel corso dei secoli si sono formati su di lui. Il libro si apre infatti con una disamina molto interessante nella quale l'autore ripercorre tutte le principali interpretazioni che, da Guicciardini in poi, gli storici hanno dato della figura del Magnifico. Per questo motivo, non si tratta di una biografia sistematica, ma di un'analisi del clima politico italiano nella seconda metà del Quattrocento e delle scelte compiute da Lorenzo
all'interno del mare tempestoso della politica rinascimentale italiana, nella quale tutti gli stati italici, dai più grandi ai più piccoli, perseguivano esclusivamente i propri interessi ed erano perciò in perpetuo conflitto fra loro. Lorenzo aveva capito che l'unico modo per scongiurare l'invasione di una potenza straniera era rimanere in pace e, grazie alle sue grandi doti di diplomatico, riuscì, per alcuni anni, fino alla propria morte, a realizzare questo equilibrio.
Si tratta dunque di una lettura interessante per chi conosca già la storia italiana del Quattrocento e per chi già conosca, almeno a grandi linee, la biografia di Lorenzo de' Medici, ma non è adatta per chi si approcci per la prima volta a questi argomenti.



venerdì 15 settembre 2017

Letture di agosto

Lemony Snikett – Una serie di sfortunati eventi. Un infausto inizio

Editore: Salani
Formato: ebook
Prezzo: 4,99€
Voto: 3/5

Poco dopo la sua uscita, ho visto la serie tv di Netflix tratta dalla saga di Lemony Snikett e devo dire che mi ha divertita molto; per questo motivo – e anche perché Ilenia Zodiaco raccomanda spesso i romanzi di questo autore sul proprio canale – quando ho trovato l'ebook di Un infausto inizio scontato, l'ho acquistato subito.
Il romanzo segue le vicende dei tre orfani Baudelaire – Violet, Klaus e Sunny – che, all'inizio della storia, perdono i genitori in seguito ad un incendio che distrugge la loro casa. I ragazzi, eredi di una grande fortuna, della quale tuttavia non possono entrare in possesso finché Violet, la primogenita, non raggiungerà la maggiore età, vengono temporaneamente affidati al loro parente più prossimo, il Conte Olaf. Il Conte – che nella serie tv è interpretato da Neil Patrick Harris – si rivelerà essere un uomo malvagio e avido, che cercherà in tutti i modi di mettere le mani sulla fortuna degli orfani.
Si tratta di una lettura veloce e piacevole, grazie anche allo stile ironico e sarcastico dell'autore. A questo si aggiungono tematiche di una certa rilevanza, come la morte e l'elaborazione del lutto, che vengono trattate con disinvoltura, adattandole al pubblico di riferimento, ma senza sminuirne la portata.
Devo ammettere però che la lettura di questo libro non mi ha dato niente di più rispetto alla visione della serie tv: ovviamente, i due prodotti non si equivalgono in quanto sfruttano canali diversi, tuttavia devo ammettere che l'adattamento di questo primo volume è stato decisamente ottimo.

Robert Luis Stevenson – L 'isola del tesoro

Editore: BUR
Formato: brossura
Prezzo: 7,00€
Voto: 1,5/5

Anche qui mi tocca citare una serie tv e in questo caso si tratta di Black sails, che però non è tratta dal romanzo di Stevenson, bensì ne funge da prequel. Inutile dire che la serie tv in questione mi piace molto (anche se devo ancora vedere l'ultima stagione) e la considero un prodotto ben riuscito: una storia di pirati, e dunque piena di avventura e azione, ma che lascia spazio anche alla caratterizzazione e all'approfondimento dei personaggi.
Perciò, la lettura di questo romanzo è stata piuttosto deludente: nonostante sapessi che si trattava di un romanzo d'avventura topico, mi aspettavo decisamente qualcosa di più. Si tratta di un libro molto breve, eppure mi ha annoiata moltissimo: la trama corre troppo velocemente ma è così insignificante che mi è letteralmente scivolata addosso, tanto che non me ne importava assolutamente nulla di ciò che stava per succedere; i personaggi poi, fatta forse eccezione per Silver, sono assolutamente bidimensionali e affatto carismatici; infine, lo stile scarno e assolutamente privo di qualsivoglia descrizione dell'ambientazione, non invoglia assolutamente a proseguire nella lettura.
Anche l'introduzione al romanzo che ho trovato in questa edizione della BUR è abbastanza mediocre: il curatore ci tiene a ripetere che in questo libro non conta tanto il finale – dato che lo si conosce fin dall'inizio, quanto lo svolgersi dell'avventura. Peccato che l'avventura non mi abbia coinvolta per niente, nonostante io abbia sempre adorato, fin da ragazzina, le storie di pirati, prime fra tutte quelle di Salgari.

Philip Pullman – Queste oscure materie. La bussola d'oro

Editore: Salani
Formato: ebook
Prezzo: 6,99€
Voto: 3,5/5

Insieme a Un infausto inizio ho acquistato, sempre in offerta, il primo volume della trilogia Queste oscure materie di Philip Pullman, della quale si parla molto ultimamente, a causa della prossima uscita di un nuovo volume legato a questa serie.
Prima di parlare della trama, vorrei dire due parole sull'ambientazione, che è probabilmente l'elemento che ho più apprezzato di questo romanzo. La bussola d'oro ci introduce in un universo parallelo al nostro nel quale l'anima delle persone, invece di essere all'interno del corpo, cammina loro a fianco, sotto forma di animale. Non solo: finché non si raggiunge una certa età, divenendo in qualche modo adulti – dunque, quando ancora non si conosce il proprio essere – il daimon, ovvero l'essere che incarna la propria anima, può cambiare forma come e quando vuole; in seguito, la sua forma si stabilizzerà e non potrà più mutare e questa forma rappresenterà in qualche modo la propria personalità.
Inoltre, il mondo in cui si svolge la vicenda è diverso dal nostro, poiché vi abitano popolazioni (come i gyzani) e creature (come gli orsi corazzati) e noi sconosciute, vi sono istituzioni diverse (il mondo è governato dalla Chiesa) e le tecnologie usate sono diverse rispetto alle nostre, eppure gli somiglia, poiché si tratta di un universo parallelo e non di un mondo del tutto estraneo al nostro (da quello che si intuisce, la geografia di questo universo è pressoché identica alla nostra, ma le somiglianze non si limitano a questo).
Passiamo ora alla trama: Lyra, una ragazzina orfana di 11 anni, una sera si intrufola con il suo daimon, Pan, nel Salotto Privato del Jordan College, dove vive fin da quando ha memoria. Qui, nascosta dentro ad un armadio, vede il Maestro del Jordan che mette del veleno nel tokai destinato a suo zio, Lord Asriel, di ritorno da una spedizione nel profondo Nord per chiedere dei fondi per la una ricerca scientifica. Dal suo nascondiglio, Lyra sente per la prima volta parlare della Polvere, di bambini recisi e di panserbjorne, ma solo in seguito comprenderà il significato di queste parole. Intanto, nella città di Oxford, come nel resto dell'Inghilterra, cominciano a sparire sempre più bambini, soprattutto tra i gyzani, il popolo che vive sull'acqua, e se ne indicano i responsabili in dei fantomatici Ingoiatori, dei quali però non si conosce lo scopo. Per varie ragioni che non starò qui a specificare, per non rovinarvi oltre la lettura, Lyra si ritroverà ad avere a che fare con gli Ingoiatori e con tutto ciò che vi ruota intorno. Inoltre, le verrà consegnato dal Maestro del Jordan un aletiometro – o bussola d'oro –, uno strumento molto difficile da leggere ma che risponde a qualunque domanda gli venga posta affermando la verità e Lyra scoprirà di essere in grado di leggerlo con grande facilità.
Devo dire che un'altra cosa che mi ha colpita positivamente è senza dubbio la protagonista: Lyra è una ragazzina intelligente e coraggiosa, che facilmente si conquista la simpatia del lettore, a differenza di molti suoi colleghi protagonisti-ragazzini di fantasy, che tendono ad essere per lo più assolutamente insopportabili. Per quanto riguarda gli altri personaggi, la loro caratterizzazione è oscillante: ci sono personaggi carismatici e affascinanti come Jorek, l'orso corazzato, altri ambigui ma che probabilmente riveleranno il loro potenziale nei romanzi successivi, e infine c'è una maggioranza di personaggi per lo più anonimi, che non sono proprio invisibili, ma sono tratteggiati in modo forse un po' approssimativo.
Infine, altro aspetto interessante riguarda l'elemento fantasy, al quale in questo romanzo si dà una spiegazione pseudoscientifica, come si sarà già intuito dall'accenno alla teoria degli universi paralleli. Ho trovato le spiegazioni che vengono fornite adeguate al contesto e ho comunque apprezzato lo sforzo compiuto dall'autore in questo senso.
Tuttavia, non sono riuscita ad apprezzare lo stile di Pullman. È possibile che sia dovuto anche alla traduzione, ad ogni modo ho trovato lo stile piuttosto mediocre e inadatto al tipo di narrazione. La prosa di Pullman non è certamente difficile, ma l'ho trovata un po' artificiosa: mi ha dato l'impressione di un ingranaggio male oliato che spesso si inceppa e si blocca, o procede a scatti, a causa di un malfunzionamento.
Infine, ma questo può dipendere dal fatto che io non rientri nel target di riferimento per quest'opera, la storia non è riuscita a coinvolgermi come avrei sperato, se non nelle ultime 50 pagine, il che ha inficiato molto sul mio giudizio complessivo per quanto riguarda questo romanzo. Ad ogni modo, è mia intenzione concludere la lettura dell'intera trilogia.


Marisa Madieri – Verde acqua. La radura e altri racconti

Editore: Einaudi
Formato: brossura
Prezzo: 13,00€
Voto: 3/5

Anche questo libro rientra tra le letture che ho dovuto compiere per un esame universitario e devo ammettere la mia ignoranza, dato che prima di trovarla nel programma del suddetto esame, non avevo mai sentito parlare di Marisa Madieri.
Questo volume, che raccoglie in pratica tutta la sua produzione, è diviso in tre sezioni:
  • Verde acqua. In una sorta di diario a posteriori, Marisa Madieri ricostruisce la sua infanzia e la sua prima adolescenza, condizionata fortemente dall'esodo da Fiume, città nella quale è nata ed ha vissuto i primi anni della propria vita, e dalla conseguente instabilità, con un periodo non breve passato con la famiglia nel campo profughi di Trieste. In quest'opera, avvalendosi di uno stile chiaro, elegante e conciso, l'autrice non ricostruisce solo la storia della propria vita, ma anche quella della propria famiglia e di tutti coloro che ha incontrato durante queste sue vicissitudini: colpiscono infatti molto i ritratti degli altri personaggi, della nonna Quarantotto in particolare. In questa prima opera, oltre al tema della frontiera e del distacco dalla proprie radici, sono già presenti i temi della vita e della morte, che si declinano in particolare in una riflessione sull'aborto e sulla vecchiaia.
  • La radura. In questa seconda opera l'autrice ci narra la storia di Dafne, una margherita che vive al centro della radura con le sue sorelle e da lì impara a conoscere il mondo che la circonda, venendo a contatto con il male che lo abita. La si può interpretare come una sorta di trasposizione favolistica dell'opera precedente: Dafne è un riflesso dell'autrice, ne ricostruisce la formazione, giungendo questa volta fino alla maturità della protagonista, cosa che non avveniva in Verde acqua (la narrazione si interrompeva prima). Anche qui tornano i temi di morte e vita, con una profonda riflessione sul ciclo naturale delle cose. Entra anche l'attualità, con una critica non troppo velata al femminismo e alle manifestazioni organizzate da questo movimento.
  • I racconti. Tornano qui, rafforzati rispetto alle narrazioni precedenti, i temi dell'aborto, al quale l'autrice era fermamente contraria, e della vecchiaia. La vita e la morte si intrecciano in queste pagine, dove c'è spazio anche per il lutto e la memoria.
Non è stato facile dare un voto complessivo a questa raccolta, dato che non ho apprezzato allo stesso modo tutte le sezioni. Verde acqua è certamente l'opera che mi ha interessato di più, in particolare per quanto riguarda le vicende degli esuli di Fiume e grazie anche allo stile conciso ed elegante utilizzato dall'autrice. Meno interessanti La radura, che mi ha abbastanza annoiata, e i racconti, tra i quali nessuno mi ha colpita particolarmente. Probabilmente sul mio giudizio ha influito anche il fatto che le mie idee riguardo ad alcuni argomenti siano totalmente opposte rispetto a quelle dell'autrice, ma con questo non voglio certo negare i pregi dei suoi scritti.
Chiare e interessanti sia l'introduzione, che ci illustra al meglio l'opera della Madieri, e la postfazione, scritta da Claudio Magris, che è stato il marito della scrittrice, morta prematuramente di cancro.

Rebecca Panei – Il buio addosso

Editore: Bibliotheka edizioni
Formato: ebook
Prezzo: 0,99€
Voto: 2,5/5

Stavo frugando tra gli ebook in offerta sul sito di ibs (cosa che, come si sarà capito, faccio spesso, a discapito del mio portafogli), quando mi sono imbattuta in questo romanzo. Il titolo mi ha fatto subito ricordare una fanfiction che lessi su unternet circa una decina di anni fa. All'epoca ne leggevo qualcuna, anche se era molto difficile trovarne di scritte, se non bene, perlomeno decentemente. Questa specifica fanfiction era scritta piuttosto bene, considerando la media dei testi pubblicati online, composti più per divertimento che con una qualche ambizione letteraria, e non era mai stata conclusa; anzi, al dire il vero, l'autrice la cancellò dal sito poiché – così mi disse quando gliene domandai il motivo – aveva intenzione di pubblicarla.
Non posso essere certa al 100% del fatto che questo romanzo sia una rielaborazione di quella stessa fanfiction, dato che la storia è diversa e io non conoscevo il nome dell'autrice, ma solo il suo nickname, tuttavia il titolo è lo stesso e anche i temi trattati sono simili.
La trama. Micah è un ragazzo timido e introverso, che è segretamente fidanzato con Sean, uno dei campioni della squadra di nuoto della scuola e pertanto uno dei ragazzi più desiderati e ammirati di tutto l'istituto. Quando i compagni di squadra di Sean vengono a sapere di loro due, non riuscendo a credere che il loro idolo possa essere omosessuale, sfogano la propria rabbia su Micah e lo violentano. Questo è l'inizio della vicenda, ma non voglio aggiungere altro perché il romanzo è molto breve.
Dunque in questo romanzo si affrontano i temi dell'omofobia e della violenza sessuale con una certa serietà e profondità, che non è facile da trovare in testi di questo stampo, che generalmente tendono ad affrontare questo tipo di argomenti con una superficialità disarmante. Lo stile, benché scorrevole, è forse un po' acerbo ed eccessivamente colloquiale, ma sono certa che l'autrice abbia delle ottime potenzialità.

Infine, devo aggiungere una nota negativa sull'editing dell'opera che, se c'è stato, è stato pessimo, dato che il testo è ricco di refusi.